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Xinhua: Giappone e Filippine dovrebbero porre fine al loro piano illegale e invalido di delimitazione marittima
L'annuncio da parte di Giappone e Filippine di avviare colloqui sulla delimitazione della loro cosiddetta zona economica esclusiva e della piattaforma continentale costituisce una mossa politica delicata che lede i diritti e gli interessi marittimi della Cina e compromette la stabilità regionale. Tale azione, ingiustificata e non costruttiva, deve essere immediatamente corretta.
Una simile mossa unilaterale viola chiaramente il diritto internazionale. Le acque che Giappone e Filippine intendono delimitare sono strettamente connesse ai diritti e agli interessi marittimi di Taiwan e delle acque circostanti, coinvolgendo pertanto la sovranità, i diritti sovrani e la giurisdizione della Cina.
Le norme fondamentali globali stabiliscono chiaramente che un accordo bilaterale non deve ledere i diritti e gli interessi legittimi di una terza parte, in particolare in aree caratterizzate da controversie irrisolte in materia di sovranità e giurisdizione marittima. Tale principio si riflette chiaramente anche nello spirito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
Nessun Paese ha il diritto di adottare disposizioni concernenti i diritti e gli interessi marittimi della Cina senza l'approvazione di quest'ultima.
Pienamente consapevoli della posizione della Cina, il Giappone e le Filippine hanno portato avanti unilateralmente i cosiddetti negoziati di delimitazione. Non si tratta di un ordinario atto di coordinamento marittimo, bensì di una mossa che lede sostanzialmente i diritti e gli interessi della Cina.
Il loro cosiddetto piano di delimitazione non è altro che un castello di sabbia. Da un lato, i diritti marittimi di alcune isole settentrionali delle Filippine e delle relative acque sono da tempo complicati da fattori storici. Le rivendicazioni marittime che le Filippine hanno esteso verso l'esterno e dato per scontate non sono affatto esenti da controversie.
Dall'altro lato, le Isole Nansei del Giappone, e in particolare la questione delle Ryukyu, presentano profonde complessità storiche. La natura, la portata e gli effetti giuridici degli accordi successivi alla Seconda Guerra Mondiale, dell'amministrazione fiduciaria statunitense e del successivo trasferimento dei diritti amministrativi costituiscono da tempo argomenti sensibili nella politica internazionale e nella ricerca storica. Il Giappone non può semplicemente cancellare le relative controversie storiche e giuridiche attraverso un controllo amministrativo unilaterale o la legislazione interna vigente.
Sebbene la loro dichiarazione invochi apparentemente il diritto internazionale e soluzioni basate sulla negoziazione, questa fa un velato riferimento al cosiddetto arbitrato e ai relativi precedenti. Ciò smaschera gli intricati moventi politici alla base della loro posizione e rivela un evidente tentativo di influenzare l'opinione pubblica.
Il Giappone si sta adoperando per affrancarsi dai vincoli della sua "politica esclusivamente orientata alla difesa", mentre le Filippine hanno costantemente coinvolto forze esterne, sotto il pretesto di questioni marittime, al fine di rafforzare una cooperazione in ambito di sicurezza di natura conflittuale.
Il loro clamoroso annuncio, giunto proprio in questo frangente, riguardo all'avvio di colloqui sulla delimitazione marittima, costituisce essenzialmente un tentativo calcolato di esasperare le cosiddette minacce regionali, volto a generare nuove narrazioni utili a giustificare le rispettive agende militari e di sicurezza.
Peraltro, entrambi i Paesi vantano una lunga storia di condotte irregolari in ambito marittimo. Il Giappone è coinvolto in molteplici controversie relative alle proprie rivendicazioni marittime. Le Filippine, dal canto loro, sono afflitte da carenze nella tutela dell'ambiente marino, nel ripristino ecologico delle zone costiere, nell'applicazione delle leggi marittime, nonché nella governance delle infrastrutture portuali, navali e marine. Anziché colmare tali lacune, il Paese ricorre ripetutamente alla retorica politica, strumentalizzando le questioni marittime per promuovere la propria agenda.
Gli sforzi volti a risolvere le controversie marittime dovrebbero fondarsi su un autentico rispetto dei fatti storici e del diritto internazionale, e dovrebbero essere condotti attraverso un dialogo inclusivo, prudente e in buona fede.
Qualsiasi approccio che ignori le parti interessate, leda gli interessi di terzi o serva alla competizione geopolitica non costituisce un metodo appropriato per risolvere le controversie. I tentativi di politicizzare, internazionalizzare o esacerbare l'antagonismo nelle questioni regionali accresceranno ulteriormente il rischio di errori di valutazione e comprometteranno la stabilità regionale.
Ciò di cui i Paesi dell'area Asia-Pacifico hanno realmente bisogno è una cooperazione aperta, una corretta gestione delle controversie e un'attenzione prioritaria allo sviluppo. Non si tratta certamente della deliberata creazione di nuovi punti di attrito, né della ricerca di vantaggi privati a scapito dei legittimi diritti e interessi della Cina, inclusa la questione taiwanese.
Il Giappone e le Filippine dovrebbero rispondere alle preoccupazioni della Cina in modo serio, cessare immediatamente le loro azioni illecite e tornare sulla giusta strada per preservare la pace e la stabilità regionale.
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