La "stretta cinese": uno strumento di detrazione politica

(Quotidiano del Popolo Online)giovedì 13 agosto 2026

Nel Chartbook 464, Adam Tooze analizza a fondo la nascente narrazione della "stretta cinese" (China squeeze), sostenendo che si tratti meno di una solida analisi di storia economica e più di uno strumento polemico. Egli distingue tre dimensioni temporali nel discorso sullo "shock cinese": quella retrospettiva (1.0, incentrata sui mercati del lavoro statunitensi), quella prospettica (2.0, riguardante l'industria automobilistica europea) e quella controfattuale (la "stretta"). È proprio quest'ultima, proposta di recente dagli economisti indiani Chatterjee e Subramanian, quella che Tooze ritiene la più ambiziosa e, al contempo, la più fuorviante.

La tesi della "stretta" è la seguente: la Cina non solo ha conquistato il settore manifatturiero ad alta qualificazione (provocando il cosiddetto "Shock 2.0"), ma ha anche mantenuto tenacemente un enorme surplus nelle esportazioni di beni a bassa qualificazione e ad alta intensità di manodopera (abbigliamento, pelletteria, tessili, calzature). Secondo gli autori, ciò finisce per escludere i Paesi in via di sviluppo più poveri che "dovrebbero" occupare quello spazio. Il loro parametro di riferimento normativo è un percorso di sviluppo "canonico", in cui i Paesi ricchi abbandonano i settori a bassa qualificazione, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di risalire la scala economica. Essi sostengono inoltre che, in condizioni ideali, le esportazioni di beni a bassa qualificazione dovrebbero essere distribuite approssimativamente in proporzione alla quota di ciascun Paese sulla forza lavoro globale impiegata in tali settori. Stando a questo criterio, le esportazioni cinesi risultano eccessive: la Cina accentrerebbe su di sé decine di milioni di posti di lavoro, comprimendo così le opportunità per il Sud globale.

Tooze mette in discussione entrambi i pilastri. In primo luogo, osserva che i percorsi di sviluppo non costituiscono una coda naturale né una ripetizione seriale della medesima sequenza. Come afferma David Fishman, "lo sviluppo non è una coda": è sempre un processo politico, contestuale e condizionato dal percorso storico intrapreso (path-dependent). Il successo della Cina nei segmenti a bassa qualificazione non è un'anomalia di politica economica (legata a tassi di cambio o sussidi industriali), bensì poggia su vaste reti di filiera, effetti di agglomerazione e un ciclo del prodotto ridefinito (il modello fast fashion, caratterizzato da velocità e costi senza precedenti). Definire tutto ciò "a bassa qualificazione" è, di per sé, improprio. In secondo luogo, l'ipotesi che le esportazioni debbano rispecchiare l'incidenza demografica contraddice l'intera esperienza storica: una popolazione numerosa non ha mai garantito automaticamente una quota corrispondente del commercio globale.

La vera ironia, osserva Tooze, è che Subramanian e i suoi coautori hanno sostenuto esattamente questa tesi in altre sedi, in particolare nel loro lavoro critico sul fallimento dello sviluppo indiano. Se si confronta l'India con la Cina, il quadro cambia radicalmente: la Cina si colloca ben al di sopra della curva "attesa", mentre l'India, pur avendo una popolazione di dimensioni analoghe, presenta un'anomalia altrettanto marcata, ma di segno opposto. Ciò che emerge non è una condotta scorretta da parte della Cina, bensì la profonda incapacità dell'India di generare occupazione formale nel settore manifatturiero. L'analisi condotta da Kapur e Subramanian elenca numerosi vincoli interni – la trascuratezza dell'agricoltura, una regolamentazione del lavoro prematura, infrastrutture carenti, colli di bottiglia legati a terreni ed energia, l'effetto "sindrome olandese" derivante dal boom dei servizi, e fattori sociali che ostacolano la partecipazione femminile al mercato del lavoro – che hanno impedito all'India di cogliere le opportunità offerte dal ritiro della Cina da alcuni segmenti dell'export all'indomani della crisi finanziaria globale.

Secondo Tooze, dunque, la cosiddetta "stretta cinese" rappresenta una patologizzazione unilaterale della Cina, che trascura le profonde crisi interne dei Paesi che vi fanno ricorso. Che si considerino la classe operaia statunitense, l'industria automobilistica tedesca o il mercato del lavoro squilibrato dell'India, gli ostacoli principali sono di natura interna, non riconducibili alla concorrenza cinese. Attribuire la colpa a fattori esterni significa normalizzare il resto del mondo e considerare la Cina come un'eccezione anomala.

Tooze conclude inquadrando tale discorso in termini concettuali: sulla scia di Reinhart Koselleck, lo definisce un concetto di lotta asimmetrico, un intervento di mobilitazione volto a galvanizzare le élite occidentali e indiane, non una constatazione empirica neutrale. Se serve a stimolare riforme interne, ben venga, ma non va scambiato per una ricostruzione oggettiva della storia economica.

Infine, Tooze traccia un parallelo intrigante con il cosiddetto "partito industriale" cinese: un movimento nazionalista online che ama la storia controfattuale (come l'idea di trasferire tecnologie moderne all'epoca della dinastia Ming). Il loro messaggio, tuttavia, è rivolto all'interno: bisogna accettare le dure verità dello sviluppo basato sulla realpolitik e non illudersi con il moralismo liberale. Nella loro cronologia immaginaria, una Cina potente non rappresenta affatto una sorpresa: è semplicemente un dato fondamentale della modernità.

In sostanza, Tooze ci esorta a resistere alla tentazione di spiegare le difficoltà di sviluppo del mondo esclusivamente attraverso il successo della Cina. Tale "stretta" è reale solo nella misura in cui riflette i fallimenti politici e istituzionali di chi si sente sotto pressione. La soluzione non risiede nel rimproverare Beijing, bensì nell'affrontare i vincoli interni.

(Web editor: Wu Shimin, Renato Lu)

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