Al corrente | Dallo "shock" alla "stretta", la narrazione della "minaccia cinese" non ha fondamenta

(Quotidiano del Popolo Online)martedì 25 agosto 2026

All'avvio del 15° Piano Quinquennale, l'economia cinese ha registrato risultati impressionanti: il PIL del primo semestre è cresciuto del 4,7% su base annua e il volume complessivo di importazioni ed esportazioni è aumentato del 16,9%, con la produzione intelligente e i prodotti legati alle nuove energie in prima linea sul mercato globale. Tuttavia, nel dibattito internazionale continuano a circolare narrazioni quali "China Shock 1.0", "China Shock 2.0" e la teoria della "stretta cinese" (China squeeze); tali tesi distorcono deliberatamente i risultati dello sviluppo della Cina, presentandoli come anomalie per giustificare il protezionismo commerciale: una narrazione errata che molti studiosi stranieri hanno già confutato.

Articolo pubblicato da Project Syndicate.

Articolo pubblicato da Project Syndicate.

Il 18 agosto, Project Syndicate ha pubblicato un articolo intitolato "Il mito dello shock cinese", a firma di Michael R. Strain, direttore degli studi di politica economica presso l'American Enterprise Institute. L'articolo evidenzia come l'errore fondamentale nella narrazione del cosiddetto "China Shock 1.0" risieda nel ridurre i complessi aggiustamenti economici derivanti dalla liberalizzazione degli scambi a una relazione lineare di causa-effetto: l'idea, cioè, che le esportazioni cinesi abbiano causato la perdita di posti di lavoro negli Stati Uniti.

La narrativa del "China Shock 1.0" attribuisce in modo semplicistico la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense alle esportazioni cinesi. Lo studioso americano Strain evidenzia una duplice fallacia in tale argomentazione: da un lato, l'opinione pubblica trascura deliberatamente il fatto che gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina generano, al contempo, un numero significativo di posti di lavoro negli Stati Uniti; dall'altro, la quota di occupazione manifatturiera statunitense ha iniziato a contrarsi già mezzo secolo fa, rendendo la Cina nient'altro che un capro espiatorio per la ristrutturazione industriale interna.

Articolo pubblicato su Foreign Affairs.

Articolo pubblicato su Foreign Affairs.

Il cosiddetto "China Shock 2.0" prende di mira settori manifatturieri di fascia alta, come quelli dei veicoli elettrici e del fotovoltaico, etichettando la normale concorrenza di mercato come "sovraccapacità". Gli studiosi criticano l'evidente disparità di trattamento: mentre l'adozione di politiche industriali da parte della Cina viene bollata come "concorrenza sleale", l'erogazione da parte degli Stati Uniti di centinaia di miliardi in sussidi a sostegno delle industrie nazionali è considerata una prassi regolare. Un articolo pubblicato su Foreign Affairs da Peter Cowhey, professore presso l'Università della California-San Diego, e Meg Rithmire, professoressa presso la Harvard Business School, avverte che l'erezione di barriere per escludere i prodotti cinesi servirà soltanto a proteggere imprese nazionali inefficienti, a minare la competitività del Paese e a privare i consumatori dell'accesso a tecnologie all'avanguardia.

Articolo di Leon Liao pubblicato su Substack.

Articolo di Leon Liao pubblicato su Substack.

La teoria "China Squeeze" emersa di recente sostiene che l'industrializzazione cinese abbia sottratto opportunità manifatturiere alle nazioni del Sud globale. Gli studiosi respingono tale tesi, considerandola un'ipotesi controfattuale lontana dalla realtà: l'industrializzazione non è una staffetta in cui i Paesi attendono il proprio turno, bensì un sistema di reti industriali interdipendenti. Anche qualora determinati prodotti non venissero realizzati in Cina, la loro produzione non si sposterebbe necessariamente verso Paesi meno sviluppati. Equiparare la quota di mercato all'invasione dello spazio di sviluppo di altre nazioni è, di per sé, logicamente infondato.

L'evoluzione dalla narrativa "China Shock 1.0" a quella "China Shock 2.0" e, successivamente, "China Squeeze" segue una logica di fondo chiara: ogni volta che le industrie cinesi compiono un passo avanti decisivo, viene costruita una retorica volta a demonizzare la competitività della Cina per servire agende politiche e interessi protezionistici. Che si parli di "shock" o di "squeeze", il difetto fondamentale di tali argomentazioni risiede nel considerare la competitività stessa come una trasgressione e nell'attribuire la propria inerzia alla laboriosità altrui. In realtà, la Cina agisce come forza stabilizzatrice dell'economia globale; grazie a importazioni in costante crescita, genera domanda ed esporta tecnologia verso altre nazioni attraverso misure quali l'azzeramento dei dazi, l'espansione degli scambi commerciali e gli investimenti all'estero. Lo sviluppo della Cina non porta al mondo uno shock, bensì opportunità di crescita condivisa.

(Web editor: Wu Shimin, Renato Lu)

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